Marta nei suoi primi quarant’anni ha avuto il tempo di chiudere una relazione e capire che l’Italia non faceva per lei, e forse l’estero – entità mitica ma raggiungibile col treno o in aereo – avrebbe potuto essere sufficientemente spazioso per la vita. Ben presto, tuttavia, si rende conto che l’unica cosa che non le manca in una vita senza sorprese – o spaventi – è l’alienazione dovuta al lavoro. Si sarebbe chiamata alienazione fino a qualche anno fa, oggi che siamo passati da categorie sociologiche a categorie mediche si chiama burnout. Per il burnout si va dal medico, e infatti Marta riesce a restare a casa dal lavoro e a tenersi una parte dello stipendio. Tuttavia, nemmeno la libertà dal giogo lavorativo le solleva lo spirito, e languirebbe forse, sparirebbe, se non incontrasse, tra un locale notturno, passi inconcludenti e altre pasticche per rimettersi in sesto, la storia di Andreas Lubitz, pilota, che nel 2015 ha fatto dirottare verso la morte un aereo della compagnia Germanwings: suicidio e omicidio di tutti i passeggeri e dell’intero equipaggio. Anche l’uomo soffriva di burnout, e sognava di diventare famoso. La vita di Marta cos’ha a che spartire con la discesa del volo 9525?
Tra Stupore e tremori di Amélie Nothomb (l’alienazione del lavoro in una grande azienda, la competizione, il rapporto coi capi e coi pari) ed Erostrato di Jean-Paul Sartre (compiere una strage per giungere alla ribalta della cronaca), Niente da dichiarare sottolinea la violenza surreale vestita da carriera e aspettative nella quale viviamo. Giulia Sara Miori, al suo secondo romanzo, conferma l’originalità della voce, l’acutezza – talvolta feroce – dello sguardo, la tenerezza verso il grumo di gioie e ferite, ambizioni e delusioni che siamo tutti.